QUANDO LA MAFIA BUSSA, NON TUTTI APRONO LA PORTA

La storia di Ugo Benfratelli, “Anima di Sicilia”, anima vera di quella terra stupenda  ricca di Arte, Cultura e Dignità

LUISA URBANI, 10.10.2015

PALERMO - Un mese fa ho partecipato ad un educational tour in Sicilia organizzato dall’Associazione Maremontis. Qui ho conosciuto molte persone stupende che mi han dato la possibilità di scoprire al meglio la loro splendida terra nei suoi molteplici aspetti, non sempre rosei. Ho intervistato Ugo Benfratelli, un uomo dalla storia cruda e complessa, un uomo forte che ha avuto il coraggio di denunciare quanto subito.

Ugo, iniziamo dalle origini e raccontami ciò che hai vissuto..

«Quando avevo circa vent’anni, decisi di smettere di lavorare in cantiere con mio padre per costruire una palazzina: il progetto prevedeva degli appartamenti per la mia famiglia ed un’area  al piano terra da utilizzare per un’attività commerciale. Ho impiegato due anni per costruire la palazzina. Negli ultimi mesi della costruzione mi ero  perfino dedicato al "fai da te" degli interni, dell’impianto elettrico, dell’intonaco... e, terminati i lavori, ho avviato una cartolibreria “Papiro Forniture”! Per i primi cinque anni tutto è stato tranquillo, lavoravo bene e quasi del tutto senza problemi.  Poi un giorno, avevo 28 anni, arrivò un noto mafioso locale a farmi strani discorsi. Capii all'istante dove voleva arrivare. A quel punto l’ho elegantemente accompagnato alla porta ... mentre mi guardava negli occhi e con la testa faceva cenni come per dire “questa te la farò pagare!”. Superati da poco i 30 anni, ricevetti una telefonata da parte di un azienda della provincia di Catania. L’azienda mi chiedeva una fornitura di prodotti per ufficio, così andai in ditta per parlare con i responsabili. Feci preventivamente un’indagine alla Camera di Commercio e mi dissero che l’azienda esisteva da ben 7 anni. La mia Banca inoltre mi rassicurò affermando che l’azienda era pulita e addirittura possedeva fino a 970mila euro di beni. Decisi pertanto di accettare la loro prima richiesta, a cui ne seguirono altre con pagamento alla consegna puntualmente rispettato. Trattandosi di forniture continue ero quasi sempre in ditta e ogni volta venivo invitato a pranzo o cena. In breve si era creato un rapporto non solo lavorativo ma anche di amicizia.  L’anno successivo l’azienda mi fece un ordine molto grosso per un totale di circa 50mila euro con pagamento in assegni. Di questi ne pagarono il primo mentre gli altri erano tutti scoperti. Subito mi recai  in azienda, ma una volta lì non trovai più nulla. Né uffici, né mezzi né magazzini. Chiesi informazioni alle persone che abitavano vicino, ma nessuno sapeva nulla, tutti con la bocca chiusa. A quel punto parlai con alcuni amici che lavorano in Polizia ma anche loro non riuscirono a rintracciare queste persone».

Incredibile davvero, un’attività imprenditoriale distrutta senza colpo ferire e tu come hai reagito ?

«Ormai preoccupato per l’enorme danno economico  subito, agii attraverso un decreto ingiuntivo. Il decreto tornò indietro perché il Tribunale di Catania non riusciva a consegnarlo all’amministratore della società, in quanto non rintracciabile. Nonostante tutto non mi persi d’ animo e feci una denuncia penale per truffa consegnando lettere, fatture e tantissimi documenti che provavano chiaramente il reato. Dopo un anno arrivò una lettera del Tribunale che recitava “la sua pratica è stata archiviata per mancanza di elementi sufficienti per procedere”. Questa tremenda notizia mi buttò a terra moralmente, psicologicamente e soprattutto economicamente. Persi la fiducia degli amici e della banca che mi obbligò al rientro forzato della scopertura mentre i  fornitori mi stressavano quotidianamente con telefonate, al fine di riavere i soldi, e tu ti trovi dinnanzi a un bivio: o ti lasci andare e la tua vita si spegne lentamente o reagisci con tenacia e determinazione a quanto ti accade, nella speranza di poter alzare la testa e superare tutto».

E sei riuscito ad uscire da questo tunnel di disperazione ?

«La sofferenza, la tristezza e tutta la rabbia interiore, che mi divorava, dovevo riuscire a vincerla per poter andare avanti. E ce l’ho fatta. Mi sono rimboccato le maniche per l’ennesima volta. Prima del tremendo accaduto avevo dato vita ad un’associazione chiamata Anima di Sicilia, anch’essa in parte coinvolta nella truffa di cui sopra, nata per diffondere la musica siciliana in Italia e nel mondo. Per cercare di rialzarmi economicamente e moralmente, la trasformai in un’associazione promozionale del territorio siciliano a 360°. Una vera e propria promozione di arte, cultura e gusto che mi permise di rilanciare me stesso e l’economia della mia attività imprenditoriale. Mi buttai a capofitto sulla gastronomia, avevo bisogno di occuparmi d'altro, di dedicarmi a qualcosa che mi distraesse dall'inferno nel quale mi trovavo. Scelsi la gastronomia perché è una mia passione da sempre. Feci tutto quello che c’era da fare per recuperare dei soldi e sanare i debiti. Con il tempo  mi risollevai, arrivando a pagare tutti i debiti, e ringrazio Dio per questo. A poco a poco riuscii a ritrovare quella serenità che avevo perso e finalmente ricominciai a vivere! Il ricordo di quel dramma rimane però vivo in me e combatto ogni giorno per poter dimenticare».

Come hai giustamente detto queste sono vicende che stravolgono la vita, cosa ti ha aiutato ad andare avanti?

«In primis la musica! Sono un musicista e adoro cantare, trovo nella musica il conforto che mi occorre. Molto importante è stata anche la preghiera e non per ultimo me stesso, la mia forza di volontà e il mio sorriso. Nonostante tutto, ho sempre cercato di sorridere. Per natura cerco sempre di sorridere alla vita. Grazie all’unione di questi tre elementi sono riuscito a reagire e ad andare avanti senza l’aiuto di medicine o medici.  Purtroppo non ho avuto molto conforto dagli amici, sono pochissimi quelli che mi sono stati vicino! In Sicilia, chi denuncia la mafia è considerato scomodo, sei un soggetto da cui tenersi alla larga e nessuno vuole starti accanto per paura di subire ritorsioni. Tutti sanno chi sono i responsabili, ma nessuno fa nulla ».

Sei stato uno dei protagonisti del programma tv “Il Testimone di Pif su Mtv -Addiopizzo”, come ti hanno contattato i produttori e perché hai scelto di aderirvi?

«Sono stato contattato grazie ad un mio amico, un coraggioso imprenditore di Caccamo che, prima di me, ha deciso di denunciare e di far conoscere a tutta Italia questa realtà. Mi ha chiesto di aderire e sono stato felicissimo di farlo. L'ho fatto per far sì che la mia testimonianza desse forza e coraggio ad altri siciliani, che li rendesse capaci di denunciare quello che subiscono.  Ho cercato di raccontare la mia storia nel modo più sereno possibile, cercando di sorridere, proprio per dare agli altri una spinta maggiore. Purtroppo però chi denuncia in Sicilia è uno “scomodo”. La diffusione della mia storia ha avuto un’eco molto maggiore al centro-nord e ho ricevuto un’infinità di mail e inviti, anche da parte delle scuole per andare a raccontare la mia vicenda».

Hai mai pensato di andare via dalla tua Sicilia?

«In un primo momento sì, l’ansia e i problemi erano molti, troppi. Poi però mi son detto: “ma perché devo abbandonare la mia terra? Perché devono decidere gli altri per me?”. Sono io il padrone della mia vita, nessuno può dirmi quello che devo fare. Sono io che devo decidere dove e come vivere. Per cui sono rimasto! Mi sono ribellato e continuo a vivere nella mia Sicilia».

Con il senno di poi, rifaresti tutto quello che hai fatto?

«Assolutamente sì! Dobbiamo denunciare questi orrori, dobbiamo far sì che tutto ciò abbia una fine. Sono contento di dare il mio contributo e soprattutto di raccontare quanto mi è accaduto per far comprendere che lo Stato è ancora ben lontano dall’aiutare seriamente chi subisce truffe o ritorsioni. Non sono il tipo di persona che vuole vivere nella paura, che scappa invece di affrontare argomenti scottanti come questo o perde la testa invece di usarla per reagire».

Per concludere, un messaggio da mandare ai commercianti siciliani?

«Ricordatevi che un uomo che paga il pizzo è un uomo senza dignità».

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