“CIÒ CHE INFERNO NON È”

É il romanzo di Alessandro D’Avenia, in ricordo di Don Pino Puglisi. Un invito a scegliere sempre la Via della Verità, anche quando costa.

BENEDETTA GRENDENE, 14.05.2018

LORETO - «Quando non sai cosa fare, tu prega, la preghiera aiuta a rimanere fedeli alla verità, e solo la verità rende liberi. È aprire ogni giorno quella finestra. 

Oggi le persone pensano di essere più libere perché hanno milioni di scelte possibili, ma la libertà non è tanto avere più scelte, quanto piuttosto scegliere la verità. La preghiera è la maniera migliore per non dimenticarsi di scegliere la verità, anche quando costa». Il senso più profondo del romanzo di Alessandro D’AveniaCiò che inferno non è” pubblicato da Mondadori nel 2014 si cela in queste parole illuminanti anche per noi giornalisti che domenica 13 maggio abbiamo celebrato in comunione con il Santo Padre la 52° Giornata delle Comunicazioni Sociali attorno al tema «La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace».

Essere «custodi delle notizie» e artefici di «un giornalismo fatto da persone per le persone» come ci esorta Papa Francesco, significa anche questo: scoprire “ciò che inferno non è”, perfino in mezzo alla “polvere” che ci si palesa ogni giorno davanti. Siamo chiamati ad aprire “quella finestra” della mente e del cuore per scorgere storie di verità e di coraggio come quella rievocata dallo scrittore e insegnante siciliano «perdutamente innamorato della realtà».

L’autore ambienta la trama del libro a Palermo, sua città natale, locus amoenus apparentemente immobile,tra paure, tenebre e mistero. Con una straordinaria sensibilità, D’Avenia ci conduce nelle periferie della malavita attraverso lo sguardo del diciassettenne Federico, carico d’amore, di bene e di domande. La sete di giustizia sgorga prepotente dal cuore di un ragazzo che nonostante la scuola sia finita, preferisce ad una prestigiosa vacanza-studio ad Oxford, il carisma di un incontro che per sempre cambierà la sua vita. Accetta l’invito del prof. di religione Padre Pino Puglisi (3P) che gli chiede di aiutarlo con i bambini del suo malfamato quartiere a Brancaccio. In quei vicoli dimenticati regnano soprusi e violenza: l’unico comandamento da osservare non è quello dell’amore ma quello imposto da Cosa Nostra.

Un romanzo toccante da consigliare non solo ai ragazzi, ma a quanti desiderano silenziosamente dialogare con Padre Puglisi, uomo umile che ci esorta ad amare e a sperare fino ad immolarsi, sacrificando in nome della giustizia e della Verità la sua vita per il bene dell’altro. Ucciso dalla mafia nel giorno del suo compleanno, Padre Pino Puglisi (3P) ci insegna che persino tra i frammenti di un vaso rotto si può nascondere «un’inspiegabile nuova bellezza, più simile alla vita. Ci vuole qualcuno che veda nel pezzo rotto la bellezza». Grazie al suo esempio, Federico riuscirà ad aprire gli occhi e a vedere questa bellezza. Un’impresa possibile anche per noi giornalisti, dentro uno spirito di servizio e di sacrificio, di onestà morale e intellettuale perché come riporta Papa Francesco nel messaggio per la 52° Giornata delle Comunicazioni Sociali, citando Dostoevskij: «Chi mente a se stesso e ascolta le proprie menzogne arriva al punto di non poter più distinguere la verità, né dentro di sé, né intorno a sé, e così comincia a non avere più stima né di sé stesso, né degli altri. Poi, siccome non ha più stima di nessuno, cessa anche di amare, e allora, in mancanza di amore, per sentirsi occupato e per distrarsi si abbandona alle passioni e ai piaceri volgari, e per colpa dei suoi vizi diventa come una bestia; e tutto questo deriva dal continuo mentire, agli altri e a se stesso» (I fratelli Karamazov, II, 2).  

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