L’HO VISTO … E’ RISORTO!

Mentre di buon mattino Pietro e Giovanni (Gv. 20,11-18) entrano nel sepolcro e lo trovano vuoto, Maria, arrivata prima di loro, se ne resta fuori accanto all’entrata e piange. Si china per osservare e rimane sconvolta: “Dove hanno portato il mio Signore?”. Si rialza e intravede un volto alle sue spalle. Non lo riconosce. Credendo fosse l’ortolano lo interroga: “Se l’hai portato via tu, dimmelo, io vado a prenderlo … Lo voglio riabbracciare”. Dal volto una voce: “Maria”. “E’ lui, il mio Signore … Rabbuni, maestro mio”. E corre dai discepoli: “L’ho visto … E’ risorto!”. Tutto in pochi momenti: un imprevisto diventa l’incontro e l’incontro si rivela una presenza, come aveva promesso: “Io vado al Padre, e sarò con voi fino alla fine dei secoli”.

Pasqua è la più grande scommessa che noi cristiani possiamo fare, una scommessa tutta giocata sulla parola di Maria e dei discepoli.

Non potrò mai dimenticare l’incontro di Hiroschima in Giappone, nell’agosto del 1982. Avevamo lavorato l’intera notte con rappresentanti di 11 religioni del mondo, noi, un gruppetto di cristiani, per trovare il modo di raccontare loro, il mattino seguente, la presenza del Risorto. Il vecchio monaco scintoista, 90 anni, del Monastero del Monte Yey a Tokyo, seduto accanto, mi guarda con sguardo dolcissimo e mi dice: “Ma come puoi dire che è risorto? E’ impossibile, è inaudito!”. “Sì, mio vecchio buon monaco, è inaudito, è una scommessa!”. Mi strinse con affetto le mani e poi, a mani giunte, mi fece un profondo inchino e, stupefatto, balbettò “yes!”.

Una scommessa di fede che attiva la speranza.

Oggi, in questo nostro tempo, che pare abbia smarrito fiducia e speranza, in un mondo segnato da risse che impediscono il dialogo; un mondo in cui la prepotenza dell’io ha messo da parte il noi; una società scardinata senza punti di riferimento; una cultura dell’effimero che usa i beni e poi li getta; in questo mondo, noi cristiani facciamo Pasqua, cioè facciamo memoria del Risorto che vive con noi. Dove individuiamo, nell’oggi, sentieri di quella presenza? Quali i segni riconoscibili? Fare Pasqua significa percorrere sentieri di Risurrezione.

Oso indicare, a me e a voi, alcuni di questi sentieri. Ognuno può individuarne altri.

Oggi l’energia vitale della Risurrezione corre lungo la rinascita del “noi”. Ne sentiamo il bisogno. Don Luigi Ciotti lo grida su tutte le piazze: “Per vincere il male, la corruzione, la mafia, occorre riattivare fra noi il noi, perché del noi siamo fatti”. Per generare un uomo occorre essere in due e, a prodigio avvenuto, si è in tre. Si viene alla luce perché accolti da due mani affettuose. Si cresce, si diventa borgo, città, nazione: sempre un noi. Il noi è vita, l’io egemone e solo è sterile. Solo la fraternità genera la convivenza sociale. 

Oggi l’energia della Risurrezione è vitale nella voce dei giovani, come lo fu un giorno nei giovani discepoli di Gesù. Occorre ascoltare i giovani. Ascoltare, non significa sempre approvare. Occorre discernere le loro richieste, che vanno comunque ascoltate. I giovani, spesso, li abbiamo confinati in un ghetto, privati del diritto della parola. La parola dei giovani crea futuro: “Gridate forte, senza paura, voi, messi da parte dal profitto e dal denaro”. (Papa Francesco)

Oggi l’energia vitale della Risurrezione corre negli esempi di bontà vissuta. Da quando guardo la Tv – cioè dall’inizio – poche volte ho visto raccontare la morte e la vita di un attore per tre giorni consecutivi. Le notizie, anche importanti, durano lo spazio di una giornata. Pochi giorni fa, parole e gesti di Fabrizio Frizzi hanno durato sullo schermo tre giorni interi e anche più. Basta essere buoni per diffondere relazioni umane, benevole e con esse costruire futuro.

Ancora un sentiero di Risurrezione: chi critica l’accoglienza dei migranti, sulla base di una ipotetica difesa dei valori cristiani, è smentito dalla Bibbia, che è una biblioteca scritta da migranti. La Pasqua è anch’essa una festa di migranti.

Chi prende sulle spalle il dolore e l’invocazione degli altri, dei poveri, è un salvatore.

don Renzo

Ivrea, 1 aprile 2018

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