DIO NON CASTIGA

Il testo di Luca 13,1-9, racconta due fatti di cronaca, il giudizio di Gesù sulla reazione ai fatti e la parabola del fico. 

L’eccidio commesso da Pilato, con probabilità, si riferisce ad una sua decisione di uccidere un gruppo di zeloti galileani che avevano messo in atto una sommossa contro la dominazione romana. Il fatto era avvenuto nel tempio dove Pilato “ha fatto scorrere il sangue degli uccisi assieme a quello dei sacrifici”.  Il crollo della torre di Siloe è una disgrazia e può far riferimento alla distruzione di Gerusalemme dell’anno 70.

La perdita della vita di queste persone e la loro storia interpellano il Rabbi che annuncia il Regno.

Potremmo accostare, a questi due fatti, la tentata strage, presso San Donato Milanese il 20 marzo scorso, dove l’autista italiano-senegalese Ousseynou Sy di 47 anni, dà fuoco al bus con 51 ragazzi studenti sopra. 

Allora come oggi, le persone, e noi con loro, che hanno assistito ai fatti, hanno reagito con giudizi e presa di posizione. Il giudizio di Gesù a riguardo dei due fatti è tranciante: “Credete voi che quelle persone uccise o che hanno perso la vita per la disgrazia, fossero più peccatori di tutti i galilei e degli abitanti di Gerusalemme?: no, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”.

Una prima domanda: perché è toccato a loro essere vittime di una strage o tentata strage o di una sciagura? Perché nel nostro quotidiano vivere agiscono tre dinamiche: le occasioni benevole e i doni di grazia e di vita, le libere scelte e il destino. Nel caso il destino agisce in modo palese.

Come interpretare i fatti e i segni del tempo? Le parole di Gesù valgono allora come oggi e dicono: Dio non castiga e non retribuisce le colpe con supplizi e sciagure. Anche oggi, in alcuni credenti, è ancora diffusa l’opinione che Dio castiga le colpe commesse in questa nostra vita. Il Dio di Gesù Cristo è il Dio della misericordia, che tutto e tutti perdona.

Di fronte a supplizi e sciagure non basta rimanere spettatori, curiosi a volte di riprendere il fatto col cellulare per diffondere l’accaduto, occorre entrare nella dinamica degli eventi con occhi che scrutano e discernono e con responsabilità. E’ certamente riprovevole chi guarda e poi si fa da parte, come se quella realtà non lo riguardasse. E’ una pigrizia dello spirito che, di fatto, alimenta altre possibilità di male, perché non immette nel contesto una reazione che diventi una controproposta valida.

Gesù con molta decisione dice a tutti “convertitevi”. Convertirsi significa indirizzare “oltre” il giudizio e l’azione, cioè significa collocare una scelta di bene nell’evento capitato.

Il dolore altrui è un appello etico, una provocazione della nostra libera scelta e una chiamata a intervenire con responsabilità.

Occorre cioè che ciascuno responsabilmente interpreti i fatti, sia creativo di fronte ad essi, inventi e immetta una possibilità di bene “oltre” il male. Solo così il male è vinto, quando cioè è fatto proprio e reso innocuo dal bene voluto e intrapreso.

Perché questo avvenga occorre crescere culturalmente per maturare, nella propria coscienza due atteggiamenti che anche Paolo apostolo suggerisce nella lettera ai Corinzi. Il primo atteggiamento è l’audacia. Il cristiano deve guardare la storia, scrutarne i segni, per abitare degnamente il suo tempo e agire con audacia: quell’attitudine ad affrontare la realtà confidando in se stessi e nella benevola azione di Dio per superare le difficoltà incontrate. La vita sociale è uno spazio di audacia, di fraternità e dignità.

Il secondo atteggiamento è “saper sperare”, cioè formulare pensieri, giudizi, decisioni e azioni capaci di provocare benefiche conseguenze sociali, investendo tutta la creatività e la forza delle proprie decisioni e azioni e ancora investendo il dono di un Dio che, con il suo amore, “fa sì che io faccia” e pertanto che io faccia con Lui storia di salvezza.

Ivrea, 24 marzo 2019                                                                                                                don Renzo

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