I RAGAZZI DEL BAMBINO GESÙ: IL CORAGGIO DELLA SPERANZA

In onda su Rai Tre la nuova docu-serie che racconta la vita quotidiana di dieci giovani pazienti affetti da gravi malattie

Giulia Poggio, 20.02.2017

TORINO – Per la prima volta il Bambino Gesù di Roma, il più grande ospedale pediatrico d'Europa, che accoglie ogni anno più di 100 mila pazienti provenienti da tutta Italia, apre le porte, mostrando la quotidianità di dieci giovani pazienti colpiti da gravi patologie, delle loro famiglie e del personale medico in un intenso viaggio verso la speranza e la guarigione.

Il docu-fiction, in onda su Rai Tre a partire dal 19 Febbraio e ideato da Simona Ercolani con la collaborazione di Stand by me, è articolato in dieci puntate, che portano sul piccolo schermo le storie difficili e coraggiose di Roberto, Klizia, Annachiara, Flavio, Giulia, Caterina, Sabrina, Simone, Alessia e Sara, che nonostante le difficoltà e la consapevolezza della malattia, non rinunciano alla speranza, alla spontaneità e ai loro sogni.

«La missione del Bambin Gesù- ha precisato la Presidente Mariella Enoc - è guarire, curare al meglio.L'ospedale ha le sue radici nel Vangelo, nella cura, nel far sentire le persone protagoniste. Ridare dignità alle persone, tenerezza a chi soffre, a chi si trova in una condizione di emarginazione:questo è il motivo per cui ho accettato di far entrare le telecamere in ospedale. Non è stato facile, ma il bene deve essere raccontato. Il Bambin Gesù deve essere uno strumento per raccontare che, anche nei momenti più difficili, quando c'è la fede, c'è uno sguardo di speranza.  I ragazzi vogliono essere protagonisti delle loro vite. Sono stanchi di esistere, vogliono vivere».

Non sono attori, ma protagonisti reali, che nel momento di più assoluto divertimento e spensieratezza, scoprono invece una terribile verità. Rai Tre ha scelto di raccontarne le paure, le decisioni difficili, l'incontro improvviso con la malattia, le terapie e le limitazioni nella vita relazionale, ma anche le speranze, l'affetto e i sacrifici della famiglia, l'impegno di medici e infermieri, con un unico comune obiettivo: la guarigione.

Scopo del documentario, patrocinato dal Ministero della Salute e dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, è infatti smettere di parlare della malattia in termini di tabù, considerandola invece una particolare condizione che può mettere in moto meccanismi di solidarietà e coraggio, per affrontare insieme la sofferenza e le situazioni più complesse, nella consapevolezza che dietro a ogni perdita c’è sempre una rinascita.

Questo è il motto di Roberto, 17 anni, triestino,  uno dei protagonisti della prima puntata, a cui è stata diagnosticata una leucemia linfoblastica acuta nel 2015. Da quel momento la sua vita cambia radicalmente, come anche quella dei genitori, divorziati quando lui aveva solo quattro anni, ma che quando scoprono la malattia si uniscono con tutto l'affetto e la collaborazione possibile, per affrontare al meglio la situazione. Fino a poco tempo fa, non esistevano cure certe per la malattia di Roberto, mentre ora esiste la possibilità di effettuare un trapianto sperimentale di midollo, che gli viene donato proprio dalla madre Silvia.

Come sostiene Roberto a gran voce: «C’è differenza tra sopravvivere e vivere, perché vivere significa sbagliare o fare cose giuste, cadere e tagliarsi oppure finalmente fare quel salto con doppia capriola che hai sempre tentato di fare. Sopravvivere è non provarci neanche».

La stessa forma di leucemia ha colpito Klizia, nuotatrice professionista diciottenne, che scopre la malattia poco prima di partire per le gare nazionali, cui non potrà però partecipare. Anche il suo mondo, come quello di Roberto viene completamente stravolto: a causa del trattamento farmacologico intenso cui si deve sottoporre, è costretta ad abbandonare la sua grande passione. Nonostante ciò la ragazza non si arrende e quando le viene proposto di salire su Nave Italia (un brigantino della Fondazione Tender to Nave Italia creato per la formazione delle persone affette da disagio fisico o psichico) riscopre la sua passione, il nuoto, simbolo di rinascita e vittoria delle paure generate dalla condizione di essere malata.

Infine il piccolo Simone, 5 anni, che sta affrontando vari cicli di chemioterapia e dalla notizia della malattia, vive insieme alla mamma nella casa di accoglienza “Andrea Tudisco” a Roma. Uno straordinario esempio di coraggio e speranza, così come la mamma, che organizza nella comunità pomeriggi dedicati alla cura del corpo e ai corsi di cucina per non perdersi d'animo e affrontare la le avversità a testa alta.

Tre storie diverse con un messaggio di fondo unico, sottolineato anche da Papa Francesco: la Buona Novella come annuncio della speranza e la risurrezione che passa attraverso il dolore.

«È un raccontò di cura, che scalda il cuore. Un cuore che va a ritmo dell'amore e della carità, oltre che della professionalità; -ha spiegato Monsignor Dario Viganò, Prefetto della segreteria della Comunicazione Vaticana,  in una puntuale analisi del linguaggio televisivo e scenografico utilizzato -questo non è un racconto che nasconde la gravità, la ferocia del male, della malattia, della sofferenza, della paura. È  un racconto che affronta la questione del male, ma ci ricorda che questo male va combattuto e vinto insieme, anche con un po' di furbizia. Pensiamo a Davide e Golia, un lotta impari, ma Davide sceglie cinque pietre giuste da lanciare con la fionda. Quella strategia che non soccombe, ma è capace di lottare. È una narrazione televisiva che sottrae l'artificio per raccontare e far emergere la realtà».

L’appuntamento per conoscere “I ragazzi del Bambin Gesù” è ogni domenica alle 22.45 su Rai 3. Inoltre sulla pagina Facebook dell’Ospedale, un pediatra ed uno specialista risponderanno in diretta alle eventuali domande del pubblico sulle questioni sanitarie emerse dai racconti, che verranno pubblicate sul sito www.ospedalepediatricobambinogesu.nete rese disponibili per le famiglie.

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