LA CONOSCENZA RENDE LIBERI

50 anni di ricerche di Italo Tibaldi per ridare voce e identità ai deportati italiani

Ilaria Destefanis, 27.01.2017

TORINO – Corpi ammassati nel vagone di un treno, svestiti, disorientati, vittime di calci e manganelli, uniti e indistinti in un tragico destino comune. In quest’immagine, fissata in un disegno da un giovane deportato, riconosceva il proprio viaggio verso Mauthausen Italo Tibaldi, protagonista dell’incontro “Nuove strade per conoscere Auschwitz. Ricordando Italo Tibaldi” svoltosi nella Sala Conferenze di Palazzo San Celso proprio nel giorno dedicato alla memoria, il 27 gennaio.

«Non cancellare i ricordi, sono la ricchezza della vita, la sua continuità ideale. In loro ti riconosci, non cancellare il tuo volto» In apertura riporta una poesia dello stesso Tibaldi la figlia del suo amico di una vita Ferruccio Maruffi, Susanna Maruffi, presidente della sezione di Torino dell’Associazione Nazionale Ex Deportati. Ed è un ricordo ancora vivo e pregnante, quello di Tibaldi, che, dopo aver militato nei partigiani del gruppo Margherita ed essere stato deportato nel 1944 a poco più di 16 anni nel campo austriaco, poi nel sottocampo di Ebensee, dedicò tutto il resto della sua vita alla ricerca con instancabile dedizione, per ricostruire i percorsi di deportazione e le vite di tutti gli italiani deportati nei lager nazisti

«Non è una semplice commemorazione, è una riflessione»ha appunto sottolineato Lucio Monaco, vice presidente dell’ANEDe moderatore per l’occasione. Perché, come mai si stancò di ripetere Italo Tibaldi, è necessario non solo affidarsi al ricordo, che rischia di sbiadire e diventare sterile, ma approfondire, ragionare, studiareil fenomeno dei lager, per comprendere e raggiungere una consapevolezza profonda di ciò che è stato e non dovrà mai più essere. «Il ricordo, sia per Italo che per mio padre, doveva tradursi in memoria storica, in conoscenza, in consapevolezza, perché soltanto nella consapevolezza dei fatti storici nasce la memoria che ha un significato, un valore per il futuro», ha ricordato con commozione Floriana Maris, presidente della Fondazione memoria della deportazione e figlia di Gianfranco Maris, anche lui testimone in prima persona della vita nei lager.

Il lavoro di Tibaldi cominciò dal piccolo, dal tentativo di ricomporre le informazioni frammentate a sua disposizione per scoprire cosa ne era stato delle 49 vite che con lui avevano viaggiato su quel convoglio n°18 diretto a Mauthausen; da lì si estese a tutti gli altri italiani, convoglio dopo convoglio. Un lavoro lungo, spesso faticoso, svolto con caparbietà e minuzia seguendo l’idea che voleva a tutti trasmettere, cioè che «dentro ogni numero di matricola vi è stata una vita».Era l’identità che gli ideatori dell’orrore dei lager volevano calpestare e sopprimere, nascondendo le vite e le storie di chi veniva immatricolato dietro dei numeri impressi sui vestiti, sulla pelle, nelle coscienze. E proprio quell’identità voleva recuperare Tibaldi, che impostò la sua ricerca su quelli che lui definiva i «trasporti», ovvero i movimenti via treno dei gruppi di deportati, da cui partiva per disegnare, pezzo dopo pezzo, gli spostamenti dei singoli italiani fino ad arrivare al capolinea del loro viaggio, di salvezza o di morte.

Per ricomporre questo complesso mosaico, si avvalse di tutti i mezzi a sua disposizione, intessendo rapporti con gli ex deportati italiani e stranieri e con le istituzioni locali e internazionali, raccogliendo ogni tipo di documento, liste di immatricolazioni, ritagli, fotocopie di carte, lettere, schede delle vittime dei lager e tutto ciò che riusciva a trovare che fosse pertinente con il suo lavoro, sempre con attenzione e rispetto per le vite che scorrevano sotto i suoi occhi in quelle montagne di documenti. Elenchi visti e rivisti, appunti sovrapposti gli uni agli altri in un continuo riesame su foglietti di carta, fazzoletti, buste, tutto testimonia l’incessante e appassionata opera di Tibaldi, che ha rappresentato però, dall’altro lato, una vera e propria sfida per gli archivisti della Fondazione memoria della deportazione. Egli stesso diceva: «Ho lavorato in maniera artigianale, di matita e di gomma, di forbici e di colla», come ha riportato la Dott.ssa Sonia Gliera, l’archivista della Fondazione che si è occupata di riordinare il Fondo Tibaldi, testimone in prima persona dell’incredibile ricchezza di informazioni e della fondamentale analisi di dati contenuta in quei documenti raccolti in tanti anni di dedizione.

Come ha raccontato nel suo intervento Barbara Berruti, vice direttore dell’Istoreto, fondamentale per lui era anche il dovere etico e morale della testimonianza. Oltre ad accompagnare le scuole nelle visite ai campi di concentramento per offrire la sua esperienza personale e responsabilizzare le generazioni più giovani, comprese la necessità di raccogliere quante più testimonianze dirette possibili dai sopravvissuti italiani ai campi, ai tempi circa 3000 secondo le liste da lui stesso stilate. Nella prefazione del volume edito nel 1994 dove raccolse le sue ricerche, Compagni di viaggio, egli scriveva infatti: «Dovevo cercare il maggior numero di sopravvissuti perché parlassero, perché raccontassero per quanto potevano». L’operazione fu possibile solo in Piemonte per mancanza di fondi, ma vennero comunque raccolte 219 interviste, compresa la sua, ad oggi un tesoro incredibilmente prezioso, perché molti di quei testimoni degli orrori subiti donarono il loro ricordo in quell’occasione per l’ultima volta.

Il meticoloso lavoro di Tibaldi, proprio come lui voleva, non guarda solo al passato: è oggi un punto di partenza di grandissimo valore per gli studiosi checercano di far luce sui tanti interrogativi che ancora velano la comprensione di quegli anni. Tra questi c’è la giovane ricercatrice Victoria Musiołek, che a partire dai trasporti studiati da Tibaldi ha svolto un’analisideglispostamenti dei deportati politici da vari campi e prigioni verso Auschwitz, le loro motivazioni, le tappe, la composizione dei convogli. «Tibaldi raccolse più di 44 mila matricole, spesso corrispondenti a più immatricolazioni della stessa persona. Queste vanno a delineare un insieme di passaggi legati ad una singola persona, costituendo un percorso di deportazione»ha spiegato. Questi percorsi non sono importanti solo perché recuperano delle storie di vita, ma anche perché sono elementi di un sistema ben più complesso: permettono di ricostruireil contesto, le dinamiche e i ragionamenti del regimeche stavano dietro agli spostamenti dei deportati in base all’orientamento politico, alla professione, al sesso.

«La memoria, non quella formale, non quella retorica, quella sentita, non si è persa» ha affermato Nino Boeti, vicepresidente del Consiglio regionale. Ma tanto ancora c’è da portare alla luce dal nero di quegli anni. Italo Tibaldi, con le sue forbici e la sua passione sconfinata, ha posto una prima pietra: per arrivare alla piena comprensione la strada è ancora lunga e servono giovani, e non, capaci di porsi domande e di impegnarsi per dare loro risposta. E non c’è miglior modo per farlo che rispondere all’appello del protagonista della serata: «Andate nei campi, andate a vedere, leggete, approfondite».

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