IL PUNTO SU PAPA FRANCESCO

Cristiani del Benessere

Editoriale di Davide Ghezzo – 29 settembre 2013

Nell’omelia del venerdì a Santa Marta, il Papa ha espresso con parole chiare una dicotomia al cui interno siamo chiamati tutti – noi che almeno a parole ci professiamo cristiani – a prendere una posizione.
Siamo ‘cristiani del benessere’, ha chiesto il pontefice, oppure siamo disposti a seguire Gesù fino alla croce?

Non esiste una risposta intermedia alla domanda, una via di mezzo con cui lavarsi la coscienza evitando nello stesso tempo di mettersi in gioco fino in fondo, come il Cristo ha chiesto ai dodici che lo hanno seguito (con diversi gradi di coerenza e sincerità).
L’espressione ‘cristiani del benessere’, nella sua sinteticità, coglie in maniera folgorante la condizione di chi esprime la fede in maniera tiepida; ma certo richiede un approfondimento, al fine di evitare l’incomprensione di chi rifiuta di stare a sentire i discorsi più scomodi.
Il riferimento evangelico usato da Bergoglio è ancora un apostolo, e stavolta il più importante. Quando Gesù preannuncia la propria Passione, Morte e Resurrezione, Pietro si dimostra scettico, rifiutandosi di credere che quella sorte estrema possa toccare proprio al suo Maestro – e finisca a mettere così in pericolo la vita stessa dei suoi discepoli. Ora, Pietro siamo tutti noi, ovvero discepoli dalla fede spesso pallida, o forse capaci di improvvise impennate, di esternazioni forti e coraggiose, seguite però da periodi di abulia e disinteresse (se non del triplo tradimento di cui fu responsabile il primo degli Apostoli). E un po’ siamo anche il giovane ricco, pronto a seguire Gesù su tutta la linea, ma non più nel momento in cui gli viene chiesto di abbandonare tutte le sue ricchezze.  
Ma questa tiepidezza, questa fede a comando, un comando dettato dal nostro comodo, dal nostro momento psicologico più o meno in sintonia col sentimento religioso, non è certo l’atteggiamento che Gesù chiedeva ai suoi seguaci – compresi quelli odierni, che intendono renderne viva la parola e la testimonianza.
Il cristiano come Dio comanda dev’essere capace di “portare con gioia e pazienza le umiliazioni”: occorre cioè rendersi testimoni pugnaci, pronti a subire il contraddittorio spesso feroce di chi non vuol sentire parlare del Cristo e della sua Chiesa, e ad accettare tutto con pazienza, evitando le sterili lamentele che troppo spesso riempiono i nostri discorsi. Viene in mente anche il discorso della montagna, là dove Gesù afferma: “Beati voi, perché vi malediranno e vi tormenteranno e diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Certo il punto di riferimento, il modello da seguire appare pressoché irraggiungibile dall’uomo comune, quello che si arrabatta in una quotidianità fatta il più delle volte di salute malferma, di lavoro che non c’è o se c’è è frustrante e ripetitivo, di affetti familiari all’insegna anch’essi del precariato e della delusione. Si parla di un uomo che ebbe il coraggio di portare la propria croce fino alla cima del monte su cui doveva affrontare il proprio destino.  
Di fronte a questa immagine suprema del sacrificio, la gente disincantata e nervosa che abita il 2013, non essendo in grado di affrontare il martirio, fisico e psicologico, toccato ai santi della storia, deve perlomeno porsi la domanda: sono in grado di salire di tono, di rispettare la dignità umana in me stesso e negli altri, facendo qualcosa in più per chi mi circonda, e facendolo nel nome di Colui che ha dato la vita, tra sofferenze cruciali, per insegnarci la via dell’amore e dello spirito?
Nella risposta che ognuno di noi saprà dare al quesito si gioca il nucleo, l’essenza del nostro proprio destino, qui e altrove.