DECIMA CONFERENZA INTERNAZIONALE SULLE ECLOGITI

Un folto gruppo di geologi provenienti da 20 Paesi diversi viene guidato dal professor Daniele Castelli alla scoperta delle meraviglie geologiche della Valle del Lys

GIACOMO FIORA – 17.09.2013

COURMAYEUR – Giovedì 5 settembre 2013, nella Bassa Valle d’Aosta si è tenuta una delle tappe previste dalla decima “Conferenza Internazionale sulle Eclogiti”, incontro a cadenza biennale in Nazioni diverse mirato ad illustrare le nuove scoperte scientifiche fatte nel campo delle rocce metamorfiche. Vi hanno partecipato 120 scienziati provenienti da oltre 20 Paesi del mondo, impegnati in relazioni tecniche – tenutesi presso la base logistica di Courmayeur – ed in uscite sul territorio.

Ma cosa spinge i maggiori esponenti della geologia internazionale a recarsi nelle nostre valli per un’escursione sul campo? «La risposta è da ricercare nelle origini stesse delle Alpi Occidentali e più precisamente nel periodo Cretaceo» afferma Daniele Castelli, direttore del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Torino, nonché coordinatore del ciclo di incontri e guida delle varie escursioni. «A quel tempo, infatti, ebbe inizio il processo dell’orogenesi alpino-himalaiana: un fenomeno geologico caratterizzato da una serie di accavallamenti rocciosi, slittamenti e sovrapposizioni generati dall’apertura dell’Oceano Atlantico. Questi movimenti hanno a loro volta generato una serie di reazioni tra le quali particolare importanza riveste l’avvicinamento e il successivo contatto tra la Zolla africana e quella europea. Queste ultime, circa 120/130 milioni di anni fa, erano separate tra loro da un oceano chiamato Tetide, che per caratteristiche e composizione era molto simile all’Oceano Atlantico. L’avvicinamento delle due Zolle terrestri, oltre a causare la scomparsa della Tetide, determinò due fenomeni di grande importanza: la nascita di rilievi e catene montuose – tra le quali vanno ricordati i Pirenei, l’Himalaya e lo stesso arco alpino – e l’origine del processo di sprofondamento e riemersione di alcuni elementi della crosta terrestre caratterizzati da una maggiore densità».

Secondo la teoria esposta dal docente torinese, dunque, i materiali maggiormente densi sarebbero sprofondati nel mantello terrestre (a 65/70 km di profondità), dove la forte pressione e l’elevata temperatura hanno determinato la formazione delle rocce metamorfiche. A causa di ulteriori spostamenti della crosta terrestre, poi, alcune di queste rocce metamorfiche sarebbero tornate in superficie, mantenendo o modificando le proprie caratteristiche chimico-fisiche in base alla loro velocità di risalita. Quest’ultimo è un fenomeno geologico estremamente raro, ciò nonostante le vallate alpine dell’Italia nord-occidentale risultano essere ricche di rocce metamorfiche. Questa particolare caratteristica rende le Alpi Occidentali un vero e proprio museo mineralogico e petrografico che permette ai geologi di dedicarsi a ricerche attive sul campo.

L’escursione di giovedì 5 settembre nella Valle di Gressoney ha visto l’equipe di geologi impegnata nella cosiddetta ‘zona Sesia affiorante‘, dove il greto del torrente Lys offre esempi concreti di rocce che hanno subito il processo di sprofondamento e riemersione. Tra queste, particolare interesse ha attirato un granito che 200 milioni di anni fa è riemerso caratterizzandosi per una composizione chimica e fisica diversa dalle rocce circostanti. Armati di mazze e scalpelli, gli scienziati hanno scalfito la roccia per prelevare frammenti che sono stati analizzati mediante una lente da geologo e confrontati con monete per avere un quadro chiaro delle effettive dimensioni della scheggia prelevata. Oltre al particolare granito, il torrente Lys presenta lungo il suo corso una serie di rocce vulcaniche che nel processo di emersione sono tornate in superficie frantumando la roccia circostante. Questa frammentazione è chiaramente visibile per la presenza di venature più scure che caratterizzano le rocce circostanti il torrente. «La lente da geologo permette un primo riconoscimento dei minerali che compongono la roccia e dei rapporti che intercorrono tra loro, per cui il lavoro sul campo deve assolutamente precedere quello in laboratorio perché permette un’analisi completa e coerente» chiarisce Simona Ferrando, ricercatrice di Petrologia e Petrografia presso il dipartimento di Scienze della terra dell’Università di Torino. «Le rocce hanno un loro linguaggio nascosto che solo il geologo, attraverso il lavoro sul campo e l’analisi in laboratorio, è in grado di tradurre ed interpretare».

Dopo le varie tappe lungo il corso del torrente Lys, l’escursione si è conclusa con dei rilevamenti a valle, non lontano dall’abitato di Pont Saint Martin, dove filoni rocciosi appartenenti a remote ere geologiche affiorano, sorprendentemente, nei pressi dei resti dell’antica strada romana.

Le successive uscite programmate dalla Conferenza sono state il Pian del Re, ovvero il massiccio del Monviso, e la zona del crinale che separa la Val Varaita dalla Valle Po, entrambe nell’area alpina del Piemonte.

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DECIMA CONFERENZA INTERNAZIONALE SULLE ECLOGITI

Fotogallery di © Carlo Cretella – HONE (AO) 5 settembre 2013

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