IL PUNTO SU PAPA FRANCESCO

La Speranza Cristiana

Editoriale di Davide Ghezzo – 3 novembre 2013

Nel cimitero monumentale del Verano, il Papa ha celebrato la Messa per la festività di Ognissanti, connettendola, com’era prevedibile, con quella dell’indomani, quando si ricordano annualmente i defunti.

Scavalcando come al solito il protocollo, e attingendo solo marginalmente all’omelia che gli era stata preparata, Bergoglio ha parlato a braccio dei sentimenti, dello stato d’animo che il cristiano degno di questo nome prova sullo sfondo del canonico binomio di ricorrenze di inizio novembre.

Papa Francesco ha preso spunto dal cielo del tramonto, un cielo rossastro che chiudeva una tiepida giornata romana – tale da permettere la celebrazione all’aperto. Tutti gli uomini, ha detto il pontefice, devono vivere il loro tramonto.

Verità tanto banale quanto inconfutabile: per quanto diversa sia la sorte di chi campa cent’anni da quella di chi ha la vita spezzata da un incidente o da una malattia incurabile e prematura, il corpo fisico dell’uomo ha una durata dai limiti ben precisi e definiti (che la scienza può presumere di allungare, di stiracchiare di qualche annetto, sbatacchiando gli anziani da un ospedale all’altro, ma non di più). Anzi, proprio il destino di coloro che consumano in pochi anni la loro parabola terrena dovrebbe dar da pensare, in quanto segno inconfutabile della fragilità del filo che ci tiene ancorati a questo mondo.

Ma la visione cristiana, lungi dal vivere con tristezza l’inevitabile decadimento e la cessazione delle funzioni corporali, si apre alla dimensione e al sentimento della speranza: una speranza oltremondana, dolcissima ed emozionante, ovvero la prospettiva di ricongiungersi coi propri cari scomparsi, che sono già stati ammessi a vivere nel regno della beatitudine celeste.

Certo il modello di vita e di ascesi cristiana è quello dei Santi, che probabilmente sono saliti più in alto nella gerarchia spirituale, e ricevono forse la gioia ineffabile della visione del Volto di Dio. E’ chiaro che si tratta di luminose eccezioni, di eccellenze nella moralità e nella fede, così come non sono tantissimi gli artisti, i filosofi, gli scienziati cui i libri di storia e i manuali scolastici dedicano più di un cenno (in verità i Santi accettati dal canone cattolico sono circa novemila; e se l’annessione nel novero degli eletti poteva essere relativamente facile in passato, e specialmente nel Medioevo, le cifre scendono in modo drastico negli ultimi decenni, quando la Chiesa ha iniziato a muoversi con una prudenza persino eccessiva in certi casi). L’uomo comune non ambisce certo alla santità, preso com’è dalle mille preoccupazioni e impegni della vita di tutti i giorni, che ne limitano la visione e la spiritualità. E tuttavia papa Francesco ricorda, proprio alla gente normale che lo ascolta, che i Santi non erano superuomini, né erano nati perfetti. E allora che cos’hanno avuto più degli altri? La risposta è semplice: quando hanno conosciuto l’amore di Dio, lo hanno seguito senza ipocrisie né compromessi. Di fronte alle avversità, alle sofferenze, non hanno mai odiato gli oppositori, ma hanno continuato a servire il prossimo con gioia. Non un’impresa da supereroi, appunto, ma la piena esplicazione delle energie e della disposizione del cuore.

Direzione in cui possiamo andare tutti, pur secondo le nostre forze umane, e le nostre individuali inclinazioni. Ne riceveremo un conforto interiore profondo, ci ricorda il Papa, e poi il centuplo nell’aldilà. Ed è quest’ultimo concetto che sostanzia lo ‘scandalo’ del vivere cristiano: affrontare vecchiezza e morte con serenità, se non con gioia. Diceva Pascal (cristiano della ragione persin più che della fede) che per giungere all’alba non c’è altra via che la notte. Motto dettato dalle regole circolari ed eterne della natura, e valido anche per chi si ostina a non credere, a negare il nucleo spirituale e pertanto indistruttibile dell’uomo, perché non si può impedire al sole di sorgere.