AUSTERLITZ: SHORTS E SELFIE IN UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO

Giulia Poggio, 26.01.2017

TORINO – “Un film provocatorio, che lascia esterrefatti e dà un pugno in faccia allo spettatore”, questo il commento di Marco Belpoliti, scrittore e critico letterario italiano, al termine della proiezione del filmAusterlitz” svoltasi il 25 Gennaio presso il Cinema Massimo di Torino.

Il cineasta ucraino Sergei Loznitsa, con più di 20 film all’attivo, ci porta con questa pellicola all’interno di un campo di sterminio nazista. Presentato fuori concorso alla 73° Mostra del Cinema di Venezia, il film è stato distribuito nelle sale italiane a Gennaio 2017 in occasione della celebrazione della Giornata della Memoria.

Il titolo dell’opera si rifà al romanzo omonimo di W.G. Sebald, in cui Austerlitz è un uomo miracolosamente sfuggito alle persecuzioni naziste da bambino. Nel film Austerlitz è invece un luogo, costituito dai ruderi di un passato ormai sbiadito e da una massa indistinta di turisti. Al di là dell’Olocausto, non vi è infatti alcun altro legame tra il romanzo e la produzione cinematografica.

Austerlitz è un documentario contemplativo in bianco e nero, con macchina da presa fissa, posta in alcuni luoghi simbolo del museo di Sachsenhausen (ex campo di concentramento a 35 km da Berlino, in cui si stima che vennero uccisi 30.000 ebrei) e segue il percorso di una moltitudine di turisti, che osservano le rovine ormai deturpate, ma ancora cariche di un’atmosfera di morte di questo stantio campo di sterminio. Non esiste voce narrante, le uniche parole comprensibili, pronunciate in lingue diverse, provengono dalle voci indistinte delle persone che stanno visitando il campo e dalle guide turistiche, che raccontano alcuni aneddoti sulla vita dei prigionieri: le torture, i pali dove venivano impiccati o ancora il fallito attentato ad Hitler organizzato da George Esler.

Loznitsa riprende con oggettività quasi morbosa i visitatori, non c’è alcuna interazione fra spettatore e oggetto dello guardo, quasi a voler lasciare i turisti indisturbati, facendoli agire in maniera spontanea senza sentirsi osservati. A differenza di molti cineasti infatti, che mirano a coinvolgere lo spettatore attraverso l’uso della soggettiva, il regista ucraino si limita alla contemplazione neutra e silenziosa.

Nonostante l’eccentrico registro stilistico adottato da Loznitsa, Austerlitz riesce ad essere incisivo ed autentico: lo spettatore è sbalordito di fronte alla sfilata di turisti annoiati, alle foto in posa davanti ai forni crematori o ai pali dove i prigionieri venivano impiccati. La visita di un campo simbolo di morte e tortura, sembra essersi trasformata nella visita di un parco a tema. Nessuno dei visitatori ripresi mostra comprensione, compassione o turbamento per il luogo in cui si trova, nessun interesse a parte quello di fotografare compulsivamente tutto ciò che passa sotto i loro occhi.

Il regista ha realizzato un film che non dice e non dichiara, non condanna i turisti né li compatisce, ma si limita ad osservare, a fotografare una situazione attuale, che potrebbe rappresentare un preoccupante campanello d’allarme su cosa significa oggi la memoria.

Sembra infatti che in questo film non ci sia spazio per la memoria” – ha aggiunto Marco Belpoliti – “ma soltanto per la banalizzazione, attraverso la mostrificazione delle masse turistiche”.

Naturalmente non è possibile stabilire con certezza quali fossero le intenzioni dell’autore. Certo è, che il film riesce a stimolare nello spettatore una moltitudine di domande talvolta antitetiche, portando ciascuno ad elaborare le proprie riflessioni e conclusioni.

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Credits: Museo Nazionale del Cinema © photo by Sabrina Gazzola

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