IMPARARE A INFORMARSI: UN GIOCO DA RAGAZZI

Il 2 aprile è stato dichiarato International Fact-Checking Day: ecco le iniziative per tutelare i piccoli web surfers dalle fake news

Agata Alleruzzo, 31.03.2017

TORINO – Da qualche anno a questa parte si è sentito molto parlare di bufale o, in inglese, fake news,  un termine che viene usato per indicare notizie prive di alcuna fonte attendibile, scritte appositamente per ricevere molti click e condivisioni sui vari social network. 

Da molti chiamate anche notizie acchiappa-like, è opinione diffusa che esse abbiano origine con la nascita dei social media stessi. In realtà se pensiamo alla fitta propaganda di epoca fascista, nazista o sovietica vediamo come la modificazione della realtà e dei fatti tramite i media non sia un argomento del tutto nuovo.

I social hanno contribuito a creare un ecosistema informativo molto fitto, grazie alla velocità con cui, tramite essi, si diffondono ogni giorno nuove informazioni. Ma il problema non sono Facebook o Twitter in sé, il problema sono gli utenti stessi, che cliccando indiscriminatamente il pulsante “condividi” fanno in modo che la bufala diventi virale e a sua volta venga condivisa da altri. Notizie di questo genere giocano spesso a suscitare sentimenti di rabbia e indignazione nel lettore che, proprio sulla base di queste sensazioni, dimentica o ignora volutamente di controllare l’attendibilità delle fonti della notizia che ha appena diffuso (condizione, questa, che crea il famoso fenomeno della post-verità).  

In tale ambiente quindi è difficile muoversi, distinguere cosa è vero da cosa è falso, in special modo per chi non ha ancora sviluppato un forte senso critico della realtà: i giovani.

Il sito della CNN riporta i risultati di una ricerca condotta da Common Sense Media sul rapporto tra i giovani e le fake news: il 44% di essi ha dichiarato di riuscire a distinguere una notizia vera da una falsa. Purtroppo più del 30% ha ammesso di aver condiviso una notizia che solo dopo si è rivelata falsa o inaccurata.

Andreas Schleicher, direttore dell’area educazione e competenze dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo), al Global Education and Skill Forum di Dubai ha posto l’accento su un aspetto insidioso e poco noto dei social network: «I social media sono fatti per creare delle camere di riverberazione, cioè è probabile che si finisca per interagire con persone che sono e che la pensano come noi», quindi nei social media c’è il rischio di muoversi esclusivamente in un ambiente soffocato dalla cappa del pensiero unico, dove solo pochi utenti si preoccupano di cercare e vagliare opinioni diverse dalle proprie.

Prosegue il direttore: «Distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è, oggi, è fondamentale. […] Sapere che esiste qualcosa di scritto che non è necessariamente vero, che bisogna porre in discussione, su cui pensare criticamente, questo è davvero importante. Pensiamo che le scuole possano fare qualcosa in proposito». Per questo nel 2018, all’interno dei suoi test, oltre alla valutazione delle capacità scientifiche, matematiche e di lettura, l’Ocse inserirà anche la categoria “competenze globali”. La categoria sarà atta a verificare se i ragazzi di 15 anni siano in grado di rilevare le notizie false e in che modo si approcciano alle informazioni diffuse nei social media.

Allargando lo sguardo a livello internazionale, molti Stati europei e non hanno già cominciato a sviluppare nuovi metodi per indurre al pensiero critico partendo proprio dalle scuole. 

Ad esempio, in Francia il quotidiano Le Monde  ha ideato un kit informativo che verrà diffuso nelle scuole che ne faranno richiesta. Il kit ha l’obiettivo di stimolare l’informazione consapevole nei giovani con consigli, illustrazioni ed esercitazioni pratiche. Nelle scuole superiori della Repubblica Ceca gli insegnanti istruiscono i propri studenti a identificare le notizie di propaganda provenienti dalla Russia, mentre la Svezia introdurrà dal luglio 2018 nei programmi delle scuole elementari  dei corsi per imparare le basi della programmazione che comprenderanno anche il saper distinguere fonti affidabili da quelle inaffidabili. In Pennsylvania invece è diventato obbligatorio tenere corsi di media literacy  in tutte le scuole pubbliche.

In Italia la diffusione della cultura del fact-checking nelle scuole è capitanata dal progetto no profit Factcheckers.it, fondato da Nicola Bruno, Gabriela Jacomella e Fulvio Romanin. Nel sito Segnale Rumore, Nicola Bruno scrive: «La maggior parte delle bufale “virali” spesso richiedono meno di un minuto per essere verificate», e riporta i risultati di un’indagine esplorativa condotta presso l’Università di Padova, in cui agli studenti sono stati sottoposti 6 contenuti di cui alcuni falsi e altri veri. Un’alta percentuale (78,9%) riesce a distinguere un fatto da un’opinione, ma pochi riescono a valutare quando è stato caricato un video e a quale evento si riferisce (31,6%), effettuare una image reverse search (18,4%), individuare un profilo/account social media verificato (25,3%).

Da questa collaborazione sono nate iniziative volte a istruire non solo gli studenti ma anche insegnanti e genitori, i poli educativi d’eccellenza nella vita di un ragazzo.

Tra i progetti dei Factchekers:  un kit rivolto agli insegnanti che spiega loro come istruire gli studenti al fact-checking; un’iniziativa in collaborazione con Sky Academy, in cui alunni dai 15 ai 18 anni accederanno a un vero studio televisivo e impareranno a informarsi consapevolmente tramite un minikit digitale. I corsi veri e propri inizieranno il prossimo anno nelle scuole che ne faranno richiesta e saranno sviluppati con l’aiuto di Stefano Moriggi, filosofo della scienza e ricercatore, e Paolo Ferri, professore di Didattica e pedagogia speciale, entrambi provenienti dalla Bicocca di Milano e studiosi della media education.

Il 2 aprile è stato dichiarato International Fact-Checking Day, promosso dall’ International Fact-Checking Network del giornale Poynter,  in collaborazione con organizzazioni di fact-checking di tutto il mondo. Sul sito factcheckingday.com sono presenti (in inglese) un lesson plan per gli insegnanti che vorranno occuparsi dell’argomento in classe, articoli su come fare a verificare la fondatezza di un sito o una notizia, un fake news quiz e molto altro.

In materia di strumenti per la valutazione delle fonti, l’Italia, presto, non sarà da meno. La Fondazione <ahref lancerà una piattaforma per il fact-checking, presente a partire dal 28 aprile all’indirizzo www.factchecking.it., che sarà a disposizione di ogni cittadino che vorrà contribuire a rendere il mondo un posto un più vero.