L’IMPORTANZA DELLA MEDICINA NARRATIVA NEL PERCORSO VERSO LA GUARIGIONE

Prosegue la docu-serie di successo “I ragazzi del Bambino Gesù” ideata da Simona Ercolani

Giulia Poggio, 06.03.2017

TORINO – “Siamo abituati a dire ai nostri ragazzi “è tutto passato, non pensarci più”. Invece loro hanno un enorme bisogno di raccontare il dolore”. Così ha esordito Mariella Enoc, presidente dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, emozionando i tanti presenti al convegno “Sanità e Scuola per il benessere dei bambini del mondo dalla periferia al centro”, svoltosi sabato 4 Marzo nell’Aula Magna dell’Università di Asti.

 

Ed è proprio questo l’obiettivo della nuova docu-serie di Rai Tre “I Ragazzi del Bambino Gesù”, ideata da Simona Ercolani in collaborazione con Stand By Me. Nessun sentimentalismo, nessuna sceneggiatura, nessuno show, ma soltanto l’autenticità della sofferenza e delle difficoltà narrata da chi la malattia la vive ogni giorno in prima persona.

Studi scientifici dimostrano infatti che la medicina tradizionale, basata su ipotetiche diagnosi formulate a partire dai sintomi che il paziente manifesta, si basa unicamente sull’evidenza e sui fatti, non tenendo in considerazione l’emotività e lo stato d’animo del malato, che possono invece influire fortemente sul suo processo di guarigione. Per questo motivo alcuni istituti hanno deciso di affiancare alle cure tradizionali, una metodologia terapeutica narrativa, che attraverso il racconto della malattia fatto dal paziente stesso, è funzionale alla creazione condivisa di un percorso di cura personalizzato e contribuisce a migliorarel’alleanza terapeutica e la partecipazione del paziente.

La malattia infatti non è un semplice stato fisiologico, ma è qualcosa di totalmente inatteso e talvolta incomprensibile, che stravolge completamente la propria vita e la propria identità. Ammalarsi non significa solo sofferenza fisica e trasformazione del proprio corpo, ma anche sconvolgimento delle abitudini, degli affetti, delle priorità. Le malattie gravi” – dichiara Cristina De Ranieri, psicologa clinica dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesùpossono essere interpretate come una sorta di rottura biografica, un punto di frattura nella trama esistenziale di una persona. La narrazione può quindi offrire al malato uno strumento prezioso per “risignificare” questa esperienza traumatica e aiutarlo a ricostruire la sua identità.

Ecco allora che quando il paziente ha la possibilità di raccontarsi e di essere ascoltato, riesce a rimettere insieme i pezzi della sua vita frammentata dall’arrivo della malattia, favorendo i processi cognitivi e di riflessione sul terribile male che l’ha colpito. Così facendo, il malato segue meglio le terapie e riduce il rischio di sviluppare disturbi emotivi, accrescendo le probabilità di guarire.

È stato così per Klizia, la nuotatrice romana, che dopo l’esperienza di Nave Italia, che le ha permesso di vivere alcuni giorni lontana da preoccupazioni e routine ospedaliera, ha compreso l’importanza di condividere con altri anche le esperienze più dolorose, perché come dice leile preoccupazioni le hai solo quando sei solo”. E Klizia ormai sola non lo è più: è infatti nata un’amicizia molto profonda e sincera con Ginevra, affetta da leucemia e Letizia, reduce da molte operazioni per combattere un sarcoma facciale, con le quali trascorrerà parte delle vacanze estive. Entrambe, dopo essersi aperte a nuove persone, condividendo momenti di gioia e di riflessione, hanno cominciato a guardare il mondo da una nuova prospettiva, fiere delle battaglie combattute con coraggio.Togliere le cicatrici sarebbe stato come avere un trofeo di calcetto e nasconderlo” – rivela Letizia orgogliosa alle telecamere – “se hai vinto lo metti in bella mostra, e allora lo metto anch’io”.

Determinazione e coraggio anche per Annachiara, la 14enne di Nocera Inferiore costretta a trasferirsi a Roma quando scopre di essere malata di mielodisplasia, una malattia a rischio evoluzione in leucemia mieloide acuta. Anche nel suo caso, fino a poco tempo prima, non esisteva una cura alla sua malattia, ma oggi, grazie alla ricerca scientifica, è possibile sottoporsi a un trapianto di midollo con buone probabilità di riuscita. Nonostante l’intervento sia riuscito brillantemente, le conseguenze di un trapianto possono essere imprevedibili, soprattutto su un fisico così giovane, per cui Annachiara dovrà ancora rimanere in ospedale. Convinta a non darsi per vinta e a non volere che la sua vita si fermi a causa della malattia, la ragazza campana affronta e supera a pieni voti gli esami di terza media in ospedale.

Iniziali difficoltà invece per Roberto, il neo 18enne friulano, costantemente vittima di malumore e pessimismo nonostante l’intervento riuscito e il continuo appoggio dei genitori. Affrontare i postumi del trapianto da solo gli fa paura e una volta dimesso dall’ospedale è preoccupato per cosa succederà dopo. Dopo una lieve euforia legata alle dimissioni dal Bambino Gesù, Roberto torna ad essere ostaggio di nausee e apatia, rifiuta di uscire se non per pochi minuti e si stanca molto presto qualsiasi cosa faccia. Ma per fortuna mamma Silvia non demorde e dopo avergli organizzato la festa per il 18° compleanno in ospedale, ha deciso di pianificare l’arrivo a Roma di una persona molto speciale per il figlio.

Si, perché i guerrieri non sono solo i pazienti, ma anche lo staff medico, i volontari e soprattutto i genitori, senza mai un tentennamento, mai uno sconforto e sempre in prima fila per cercare di dare il massimo per i propri figli. Dichiara Monsignor Dario Edoardo Viganò, Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede: “Il male è un nemico che va combattuto, con ciò che non dipende da me – la professionalità dei medici, la struttura di un ospedale buono – e con ciò che dipende da me – l’accoglienza di un sorriso, una mano che stringe un’altra mano. Perché il male si vince insieme”.

Il quarto appuntamento con i Ragazzi del Bambino Gesù è per domenica 12 Marzo alle 22.50 su Rai Tre, in cui conosceremo due nuove coraggiose protagoniste.