NEL MISTERO DI GESÙ CRISTO

Meditando i racconti della passione – morte – risurrezione

RENZO GAMERRO, 07.04.2014

IVREA – Se già occorre accostarsi al mistero di Gesù Cristo coni piedi nudi” – come Mosè davanti al Roveto – quando si leggono i suoi discorsi, ancora più occorre questo incedere riverente quando si meditano i racconti della passione – morte – risurrezione.

I discepoli hanno raccontato al meglio quanto hanno visto, udito e vissuto, usando l’unico linguaggio loro proprio: quello appreso, leggendo e meditando il sabato nella sinagoga, dai libri della Bibbia ebraica e dal loro conversare ordinario, consci di raccontare eventi ben grandi, che hanno cambiato la loro vita.

Nei 40-70 anni trascorsi dalla scomparsa del loro Rabbi, quei fatti sono passati di bocca in bocca, da cuore a cuore, da piccole comunità credenti ad altre chiese, portandosi dietro nel racconto le interpretazioni date da ogni chiesa, sature di esperienza vissuta.

La sorpresa, lo sconcerto e lo stupore di Tommaso dei primi tempi si è certamente ripetuto nei decenni ogni volta che celebrando la cena di Gesù, lasciata come memoriale, venivano pronunciate le parolePrendete e mangiate, è il mio corpo dato per voi”, consci di “mangiare” il mistero, realtà troppo grande per essere racchiusa in concetti e quindi raccontata con parole chiare e distinte. Già il loro linguaggio comune era un linguaggio di immagini; ancor più denso di immagini-simbolo sarà il linguaggio che racconta la  loro fede nel Cristo risorto.

I racconti della passione-morte

I racconti della passione – morte – risurrezione, nucleo originario dei Vangeli, narrano come Gesùpatìportando su di sè il male che gli stavano facendo, il male del mondo. “Gesù perdona e porta su di sè il peccato del mondo senza predicare il sacrificio di nessuno e soprattutto senza maledire nessuno o incitare la violenza contro qualcuno. E fa questo nel momento stesso in cui si proclama innocente”. (G. Ferretti, Essere cristiani oggi, LDC, Torino Leumann, p. 99).

Giovanni racconta la cattura di Gesù in Gv. 18, 1 -11. Quando Gesù vede arrivare i soldati pronti per arrestarlo, domanda loro:”Chi cercate?”. Essi rispondono: “Gesù il Nazareno”. E Gesù: “Sono io = ego eimì”. Alla seconda richiesta di Gesù con la medesima risposta, Gesù aggiungre: “Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”. Gesù prende su di sè la responsabilità della cattura ingiusta e della conseguente sofferenza senza coinvolgere, anzi escludendo ogni responsabilità di altri. In questa umanissima presa di coscienza Giovanni vede trasparire la sua figliolanza divina: Gesù è Figlio, cioè ha un legame unico con un Dio che non castiga, ma solo perdona. “Ego eimì” è il calco del nome di Dio rivelato a Mosè Es. 3, 14.

Marco e Luca descrivono la sua agonia nel Getsemani, ove sentìpaura e angosciafino a sudare sangue Mc. 14, 32, Lc. 22, 44.

É la paura e l’angoscia dei credenti di fronte alla sofferenza e alla morte, quando ilcredentetutto è messo alla prova e nella sua coscienza si fa strada la domanda: “Perché, mio Dio, perché non intervieni se mi vuoi bene?”. Il grido di Gesù sulla croce è ancora più forte: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. La fede di Gesù è messa al massimo alla prova. Là sulla croce vivere la fede è vivere quel poco che gli resta senza capire l’agire di Dio.

E là Gesù pronuncia la parola dell’abbandono nonostante tutto: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” Lc. 23, 46. La fede provata resiste e rimane fiducioso abbandono.

«Questo tratto dell’umanità di Gesù, della non-violenza e dell’assunzione su di sè del male del mondo, fino alla morte di croce, con fede / fiducia in Dio nonostante tutto, è indubbiamente tra i più rivelativi della presenza di Dio in lui, della verità di Dio che in lui si dona a noi. La cadenza finale del Vangelo di Marco, tutto teso a dirci chi era Gesù, è molto chiara al riguardo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” Mc. 15, 39.

La rivelazione di Gesù come Dio, come Figlio di Dio, avviene sulla croce, nell’evidenza del modo con cui è morto, in perfetta continuità con il modo con cui è vissuto. Quel modo di morire, per quelle motivazioni e con quei sentimenti, si mostra, infatti, come il compimento coerente e la manifestazione suprema del senso della sua vita e della sua persona». (Ferretti, op. cit. pp. 101 -102).

Cosa sarebbbe successo se, rispondendo alla provocazione: “Ha salvato gli altri e  non può salvare se stesso … scenda dalla croce” fosse sceso dalla croce? Avrebbe rovinato tutto”. Quella sarebbe stata la manifestazione di un Dio “sacrale” che, con potenza, sconcerta e sottomette. Non certo il Dio predicato e amato da Gesù.

Per Marco e per la fede cristiana, nell’umanità di quest’uomo crocifisso, nell’umanità di Gesù che fino a tal punto si dona, si manifesta in verità chi è Dio in se stesso e per noi, cioè come egli è all’opera per la nostra salvezza. Il Dio suo Padre, in cui ha avuto piena fiducia, che ha sempre cercato di predicare e testimoniare, di portare al mondo, è massimamente presente in lui proprio mentre sembra averlo abbandonato sulla croce. Il suo vero volto massimamente traspare nella prova d’amore per l’uomo, per tutti gli uomini, e al tempo stesso per Dio, che Gesù sta dando in quel momento. Quel Dio che sembrava assente, è il Dio che più si manifesta proprio lì, nel suo morire così in croce.

«E’ evangelicamente errato ritenere che Dio rimandi la sua manifestazione sopratutto a dopo, quando farà risorgere Gesù con un gesto di potenza. E’ nella croce di Gesù che il Dio dell’amore incondizionato per l’uomo massimamente si manifesta. Sta qui il grande paradosso della croce cristiana: nel momento in cui Dio ci sembra più lontano egli è in effetti più vicino; nel momento in cui ci sembra più nascosto, maggiormente si manifesta. Non per nulla Giovanni vedrà la risurrezione di Cristo, la sua glorificazione, già nell’innalzamento sulla croce. E Marco, come abbiamo visto, ci dice che proprio nel momento del suo morire a quel modo Gesù si manifesta definitivamente per quello che è: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”.

Il nucleo centrale della fede cristiana, della scommessa di fede crisitana, sta proprio qui: che la croce di Gesù non sia la sconfitta di Dio, ma la rivelazione massima della sua gloria». (Ferretti, op. cit. p. 130).

I racconti della risurrezione

I racconti della passione e morte di Gesù  non terminano con: “ed Egli, emesso un forte grido, morì” e la conseguente sepoltura. Proseguono con racconti che lo descrivono risorto in mezzo ai suoi discepoli. I cristiani credono che questa realtà, Gesù risorto detto il Cristo, «è la viva immagine del futuro dell’umanità e di tutta la creazione, la meta finale». (Ferretti, op. cit. p. 105).

E ancora credono che Gesù Cristo, Signore della storia, attraverso l’azione dello Spirito Santo, è la presenza vivente di Dio con noi, fermento operante per  risorgere ogni giorno a vita nuova e avviare la storia verso la piena umanizzazione.

«I cristiani spalancano a tutti gli uomini l’orizzonte sconfinato del loro futuro». (Ferretti , op. cit. p. 105).

Credere, annunciare, sperare, vivere l’attesa della risurrezione oggi non è facile, quando tutto è vissuto in un orizzonte intramondano.Ripensare la risurrezione in fedeltà all’evento creduto, per una comprensione sensata e un annuncio credibile è esigenza necessaria.

Necessaria al nostro modo di pensare la realtà e di viverla. Per noi ciò che è “vero” è lo svelamento di possibilità di vita; quanto sa di “miracolistico” suscita sospetti di una potenza che incombe sulla nostra condotta di vita; la coscienza della nostra finitezza e della morte come fine dell’esperienza è molto forte.

Nel nostro modo di pensare e di vivere la realtà ci sono forti intuizioni efiammelle di desiderio”, coscienza di esperienze che attraversano la morte e che ci rendono certi di presenze oltre i confini della nostra esperienza. G. Marcel afferma: “Amare qualcuno significa dire: Tu non morrai”. Affermazione non di un desiderio, ma assicurazione profetica che quel “tu” misterioso che io amo non morrà. Io amo una persona nella sua storia e sono da essa amato, in questo scambio scatta una scintilla di eternità che attraversa la morte e me ne assicura la presenza. La presenza è la prima forma di santità.

Recita il Cantico dei Cantici: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perchè forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina”. Cant. 8, 6.

Di certo per leggere i racconti della risurrezione occorre una corretta impostazione ermeneutica e una “ben pensata visione metafisica” che possano rivendicare la presenza di una realtà  ultrafenomenica – c’è dell’altro oltre ciò che vedo, sento, constato; oltre l’oggetto scientifico – una realtà Altra, ricca di senso per noi.

Vorrei tentare a questo punto un esempio di lettura di alcuni testi della resurrezione seguendo le indicazioni di G. Ferretti nell’op. cit. pp. 118 – 140.

La Risurrezione come parola / annuncio

Il mattino di Pasqua il giovane in bianche vesti, seduto alla destra del sepolcro, dice alle donne: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù il Nazareno, il Crocifisso. E’ Risorto non è qui!”. Mc. 16, 16. Non è una descrizione, è un annuncio.

A Gerusalemme gli undici e gli altri riuniti accolgono i discepoli di Emmaus così: “Davvero il Signore è risorto, è apparso a Simone” Lc. 24, 33 – 35. Ancora un annuncio. Se leggiamo i vari testi del NT troviamo che la risurrezione è indicata con una pluralità di termini: rialzarsi, risvegliarsi dalla morte, essere glorificato, essere esaltato, avere un nome al di sopra di ogni altro nome, innalzato da terra … Dio lo ha risuscitato; lo ha innalzato; lo ha glorificato. Tutte queste espressioni linguistiche intendono dire che la risurrezione non è una rianimazione del corpo di Gesù, bensì un passare dalla morte alla gloria, alla vita presso Dio con poteri divini di salvezza per tutti.

Gli eventi storici che rivelano la risurrezione

Come fecero i discepoli a convincersi che Gesù era risorto?

I racconti della risurrezione fanno riferimento ad alcuni eventi: la tomba vuota e le apparizioni. Tali eventi non sono raccontati come eventi storici mondani ma come “avvenimenti di rivelazione” accessibili ad alcuni.

La tomba vuota non è la prova empirica della resurrezione. E’ il luogo del primo annuncio. La reazione delle donne è phobos: timore sacro che si prova nell’incontro con il divino.

Paolo non parla della tomba vuota e neppure le icone orientali, che rappresentano il Cristo mentre esce dagli inferi.

Le apparizioni sono eventi di rivelazione (Geshè, Dio per pensare. Il Cristo, S. Paolo, Cinisello Balsamo, Mi, 2009).

Esse sono il luogo d’una sorpresa, un indizio di rivelazione, il destarsi a un di più. Vietano di fermarsi lì, come ad un fatto in cui starebbe tutto l’avvenimento. Sono un invito a pensare il passaggio di Gesù al Padre.

Sono una sintesi tra la sorpresa che viene dall’esterno e una emozione partecipata dei presenti: “Non ardeva il nostro cuore mentre egli conversava con noi …!” Lc. 24, 32.

Le apparizioni sono la manifestazione del senso nascosto nel visibile della vita di Gesù e sopratutto della sua morte in croce, non tragica fine della sua vita (aspetto visibile), ma suo compimento (aspetto nascosto) e via per l’ingresso nella gloria di Dio come Signore e Salvatore.

In Cristo tutti siamo risorti e risorgeremo. In lui e per lui “cieli nuovi e terra nuova”: portata salvifica della vita di Gesù.

Ora prendiamo in considerazione un’affermazione del Credo, poco presente nei Vangeli “.. discese agli inferi .. non fu abbandonato  negli inferi di Dio”. 1 Pt 3. 18 – 20. Tale discesa – ascesa è ben presente  nella tradizione paolina e petrina con questo schema: terra “crocifissione, sepoltura”, inferi “discesa e soggiorno di tre giorni”, cielo “risalita alla destra di Dio”.

Che cosa si vuole affermare?

Gli inferi sono il regno dei morti, del demonio, dell’abisso, del male. Gesù è veramente uomo, umano fino al suo limite estremo, si è umanizzato fino alle conseguenze ultime del male. Ha sperimentato la dimensione temporale della morte.

Negli inferi Cristo ha lottato contro il male e la morte, ha predicato agli incatenati (1 Pt 3, 18 -20; 46) a giusti e ingiusti ed ha vinto. Dio non l’ha dimenticato, ma lo rialza perchè vada a sedersi alla sua destra. L’uomo è “salvato” da una situazione di “dimenticato da Dio”. L’uomo non vivrà mai separato da Dio. “Mentre risuscita, Gesù è, nello stesso tempo, il Risorto e il Risuscitante”. (Geschè).

«Quale atto di salvezza, la risurrezione va quindi intesa come vero e proprio atto “creativo” o “ri- creativo”. Nella creazione Dio aveva costituito l’uomo come indirizzato, destinato a condividere la vita di Dio. Il peccato ha fatto perdere all’uomo l’accesso a tale sua destinazione. Con la risurrezione di Gesù l’uomo – tutti gli uomini – sono ripristinati nel loro destino divino. La risurrezione di Gesù non è di natura fondamentalmente diversa dalla creazione. Il Figlio di Dio risuscita la creazione. E fa dell’uomo un essere risurrezionale, allo stesso titolo che il Padre aveva fatto dell’uomo un essere di creazione, creaturale […]

La risurrezione appartiene, da adesso, alla capacità teologale dell’uomo creato. L’uomo capax Dei della creazione, diviene, per virtù di Cristo risorto, l’homo capax resurrectionis.

E forse non è inutile osservare che in quanto “atto ricreativo”, la risurrezione, come già la creazione, fa parte della “storia primordiale” o “fondamentale”, che non si svolge secondo il corso cronologico della nostra storia empirica ma ne sta alla base, pervadendola tutta, con un ritmo e una qualità non coordinabili con quelli della nostra storia. Si può così in qualche modo comprendere come la forza salvifica della risurrezione di Cristo abbia una portata salvifica universale, che abbraccia tutte le generazioni passate della nostra storia, oltre che le presenti e le future». (Ferretti, op. cit., p. 130).

La lezione è stata condotta sul testo: G. Ferretti, Essere cristiani oggi, LDC Torino 2011

——————————-

Libri consigliati: S. Bocchini e C. Parolo, Atlante multimediale delle religioni. DVD con guida pratica, ed. EDB, 2013 pp. 32 + DVD, €. 12.90; L. Manicardi, Guida alla conoscenza della Bibbia, ed. Quiqajon, Bose 2009 pp. 296 €. 16.00 ; G. Ferretti, Essere cristiani oggi. Il nostro cristianesimo nel mondo moderno secolare, LDC, Torino 2011, pp. 183 €. 11.30; G. Ferretti, Il grande compito. Tradurre la fede nello spazio pubblico secolare, Cittadella Ed., Assisi, pp. 160 €. 13.80, R. Repole; Gesù e i suoi discepoli: educare con stile”, Messaggero di Padova, pp. 108 €. 9.00; P. Ricoeur, La logica di Gesù. Testi scelti a cura di E. Bianchi, Ed. Qiqajon, Bose 2009, pp. 168 €. 10.50.