VINCENZO DI BENEDETTO: IL MEDICO, PODESTÀ  DI IVREA

Appassionato di studi celtici e medievali

GENNAIO 2004

GIANNI FERRARO

IVREA – La versatilità è indubbiamente peculiare caratteristica per chi veste ruoli inconsueti. Così, sotto la pesante veste di velluto scarlatto indossata dal Podestà di Ivrea, uno dei personaggi più rappresentativi dello storico carnevale eporediese, scopriamo colui che prestò il giuramento d’Ippocrate, finalizzando la sua vita alla cura degli ammalati.

Il dottor Vincenzo Di Benedetto, infatti, da più di vent’anni opera come medico di base ad Ivrea e noi, in questi giorni, lo abbiamo raggiunto nel suo nuovo studio di via Palestro, ubicato in una costruzione antica dove le volte a lunetta ed il bel balcone prospiciente la via, ci riportano ad una descrizione gottiana di inizio novecento.

«Questo è, e lo sarà fino al termine del carnevale, il balcone del Podestà» – tende a precisare con fierezza il dottore, e già dalle prime parole scopriamo quanta sinergia pulsa tra Vincenzo e la personificazione dell’antico personaggio eporediese.

L’abbiamo seguito nella sua prima apparizione pubblica per l’intera giornata del 6 gennaio durante la quale, superati i primi momenti di legittima emozione, ha svolto in modo egregio il ruolo del Magnifico Podestà: con voce squillante che prorompe come tuono, ha letto missive da lui stesso stilate che hanno avuto grande presa sul pubblico presente. Forse, in quelle vesti trecentesche ha riscontrato l’appartenenza ad un mondo antico, lo stesso periodo medievale che da tempo studia con passione impegnando quei pochi ritagli di tempo che la sua professione gli permette. «Per fortuna – ci dice –  che ad affiancarmi nelle ricerche storico-descrittive è ancora una volta Luciana Banchelli, la stessa coautrice del mio primo libro: “Lorelleth, l’energia dell’eternità”, un assiduo lavoro che ci impegnò per quasi quattro anni, rivolto alla riscoperta e valorizzazione dei Celti, i nostri antichi progenitori vissuti sulle colline di Montalto Dora».

La sua modestia lascia appena trapelare una piccola nota gioiosa quando ci parla del riscontro positivo che il suo romanzo ha avuto soprattutto in grandi città italiane, dove la critica letteraria è molto severa. Noi abbiamo voluto accertarci personalmente e abbiamo constatato che in Canavese già lo si chiama,  “Il libro del Podestà, annoverando sempre maggiori appassionati di Celti e di energie sprigionate dalla natura stessa.

Torniamo ora al 1300 continuando il dialogo con Di Benedetto che ci spiega la passione che nutre per questo secolo: «Ebbene, nascerà un secondo libro, un altro romanzo storico improntato sulle vicende di un monaco benedettino e del suo peregrinare dalla Francia all’Italia. Tappe fondamentali saranno Chartres, non a caso luogo preceltico, ricco di fascino e mistero, noto per la sua famosa cattedrale, i Templari ed alcune Abbazie italiane, ma, per il momento, non posso anticipare altro». E, nascosto in quel suo consueto sorriso, lascia trapelare che ancora si tratterà di energie spirituali e naturali.

D’altronde, gli innumerevoli corsi di formazione e approfondimento frequentati durante gli anni della sua carriera medica si sono basati anche su tematiche alternative alla medicina tradizionale, volte essenzialmente alla cura dei suoi ammalati.

Pubblicare un piacevole libro, o partecipare al carnevale, possono rappresentare fattori importanti per facilitare la comunicazione tra medico e paziente: infatti non sempre quest’ultimo ha bisogno unicamente di farmaci, al contrario necessita di un cambiamento nello stile di vita, con momenti di allegria e distrazione. Il contatto primordiale con la natura diventa poi elemento indispensabile per aiutare l’essere umano a liberarsi da una deleteria, stressante quotidianità, stimolando le forze mentali che generano il processo di autoguarigione.

Veramente lodevole il nostro Podestà che anche in questo ruolo carnevalesco è sempre memore della sua missione primaria e ci fa scoprire così quelle antiche elementari tecniche curative che forse l’uomo di oggi ha dimenticato.